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RIVALUTAZIONE DELLA FORZA
LAVORATIVA
Ovvero, rimarginare una piaga sociale
Un mondo in cui non è il più intelligente e non
necessariamente il più produttivo che primeggia, bensì colui
che non ha ritegno né rispetto per il suo prossimo, colui che può
arrivare persino a far capo ad una sorta di terrorismo psicologico su coloro
che possiedono un carattere debole, su coloro che facilmente si fanno turlupinare.
Ormai esce vincitore lo ‘slalomista’, l’individuo che ad ogni costo
ed usando tutti i mezzi si mette in luce agli occhi del proprio superiore,
l’arrivista per eccellenza, colui che non indugia a soprassedere le regole
più o meno tacite della società in cui viviamo condannando
l’ingenuo ad essere inesorabilmente schiacciato dal volgere degli eventi.
Un mondo in cui sono in molti coloro che gironzolano a vuoto vivacchiando
alla giornata senza più stimoli, senza il più pallido fine
da raggiungere. Le ragioni di questa loro situazione sono comunque molteplici
e tra queste si possono citare: il comportamento tenuto da altre persone
nei loro confronti (cfr. paragrafo precedente), il non avere il coraggio
- o la faccia tosta - di comportarsi altrettanto, o più semplicemente
la mancanza di iniziativa, del coraggio d’esporsi, oppure, e sempre più
frequentemente, l’essere schiavo di un modo di agire e pensare apatico
(apatia che del resto si registra ogni qual volta siamo chiamati ad esprimere
il nostro parere in un urna) lasciandosi trascinare dagli eventi e attendendo
che siano gli altri a modificare in meglio il corso della propria vita.
Queste impressioni potrebbero rappresentare un preambolo di discorso
di un ipotetico osservatore che dall’esterno getta uno sguardo sullo svolgersi
quotidiano di quel tipo di società che attualmente si va sviluppando
specialmente nei paesi industrializzati.
Oltre a tutta quella miriade di altri cancri che infettano la nostra
società e che in molti casi sono intimamente collegati tra di loro
(droga, dipendenze, violenze varie, sfruttamento, ecc.) il nostro osservatore
si rende infatti conto che la macchina sociale, che noi stessi abbiamo
avviato e indirizzato, non è più capace di impegnare - e,
di riflesso, di elevare di importanza il singolo - tutti gli individui
che la compongono.
Oltre a tutte le altre problematiche, sono infatti in molti coloro
che si vedono sbarrata la possibilità di lavorare!
La descrizione iniziale portata dall’ipotetico osservatore esterno rappresenta
comunque solo una facciata dei complessi meccanismi che portano all’esclusione
di taluni dal mondo del lavoro. Molti fattori giocano infatti un ruolo
determinante, ma spesso costituiscono caratteristiche tipiche solamente
per singoli casi.
In definitiva, ciò che si domanda il nostro ipotetico osservatore
è quanto ci stiamo chiedendo noi stessi, cioè come fare a
reintegrare tutta quella forza-lavoro che attualmente non è operativa.
Di riflesso, come fare ad impedire quell’inevitabile, progressiva ghettizzazione
a cui vanno incontro i ‘senza-lavoro’.
Visto che al periodo di regressione economica attuale si sta facendo
fronte tramite processi di globalizzazione, di ristrutturazione, di maggior
automazione, ecc. (tutti processi che malauguratamente presuppongono un
ulteriore accentuarsi del fenomeno di mancanza cronica di lavoro), non
è possibile pensare che la situazione si volgerà al positivo
da sola. Bisognerà quindi agire in tempi brevi laddove sembra ancora
esserci uno spazio di manovra.
Oltre dunque ad affrontare la problematica in sede d’insegnamento -
allo scopo di limitare il più possibile il sopravvenire di situazioni
di apatia e rinuncia -, quindi indirizzando in maniera migliore e rendendo
cosciente il giovane di cosa vi sarà dopo il periodo di studio e
come bisognerà cercare di affrontare la particolare situazione a
cui ci si troverà confrontati (a questo proposito rivestono una
specifica importanza: la formazione di un carattere forte, l’educazione
alla disponibilità d’essere il più flessibile possibile,
la consapevolezza di affrontare un eventuale cambiamento di indirizzo lavorativo,
ecc.), ci si dovrà preoccupare di rivalutare coloro che ormai si
trovano già confrontati con le cupe conseguenze che l’essere disoccupato
implica.
Attualmente si inizia a comprendere che cosa significa, sia in termini
umani sia dal punto di vista economico, avere sempre più persone
(ed in particolare giovani) senza attività lucrativa. Tra le altre
cose, aumentano a dismisura i costi sociali; infatti proprio coloro che
dovrebbero contribuire al finanziamento di determinate istituzioni sociali
e di previdenza, ne devono, per forza di cose, attingere.
Per una anche solamente parziale rivalutazione della forza lavorativa
oggigiorno disoccupata, bisognerà richiedere la collaborazione di
tutti, anche se ciò implicherà degli inevitabili sacrifici,
come ad esempio: la diminuzione delle ore lavorative settimanali, la rinuncia
al doppio reddito (almeno per i lavoratori indipendenti) laddove la situazione
economico-famigliare può permetterlo, la rinuncia ad un’attività
accessoria remunerata, un progressivo livellamento dei salari, ecc.
D’altra parte, a tutti coloro che effettivamente sono rimasti senza
lavoro, si deve comunque richiedere: la loro flessibilità, anche
a breve termine, ad un eventuale cambiamento della località di lavoro,
la loro disponibilità nel ricercare una nicchia lavorativa anche
al di fuori del campo abituale d’attività in cui sono stati formati
(cfr. importanza dei corsi di riqualificazione professionale), la disponibilità
nel ricevere una rimunerazione minore rispetto a quella precedente, ecc.
Tra tutta una serie di provvedimenti controversi che la società
nel suo insieme, dovrebbe poi affrontare, ricordiamo in particolare la
questione, malgrado aspetti di tipo prettamente etico che tuttavia non
sono più giustificati, circa l’imposizione di limiti all’assunzione
di personale straniero da parte di datori di lavoro indigeni. Poiché
è pur vero che è giusto aiutare il prossimo ed il bisognoso,
ma quest’ultimo, in particolare al giorno d’oggi, ha anche un passaporto
svizzero.
Quelle espresse sono giusto delle opinioni che di primo acchito potrebbero
venire alla mente di qualsiasi persona, è comunque probabile che
esistano delle soluzioni diverse, un poco più elaborate e magari
meno drastiche, che potrebbero portare maggiori frutti. Tramite questi
spunti (a volte volutamente provocatori) si vuole tuttavia cercare ancora
una volta di stringere i tempi, poiché se non ci si muove in tutta
fretta ci ritroveremo presto in una situazione catastrofica con l’impossibilità
di operare dei rimedi che poi avrebbero effettivamente un riscontro.
Le cifre percentuali relative ai disoccupati che si riscontrano in
altri paesi europei, come pure i primi sfoghi di violenza originati dagli
attriti che vanno sviluppandosi tra disoccupati e resto della società
(cfr. Francia), potrebbero presto divenire una seria realtà anche
alle nostre latitudini.
Non nascondiamoci dietro le solite esclamazioni di circostanza - ‘póro’,
cum ta capisi’, ‘te vedarè che la narà mei’, … - per poi
fregarcene, cerchiamo di cooperare nel trovare una formula che permetta
una vita dignitosa per ognuno e che riduca il pericolo di una spaccatura
della società in due tronconi ben distinti, da una parte coloro
che possiedono una ‘dignità’ (quelli che sono inseriti nel mondo
del lavoro), dall’altra i ‘ghettizzati’ (quelli che purtroppo sono disoccupati).
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